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La solitudine

 

La solitudine è per me una fonte di guarigione

che rende la mia vita degna di essere vissuta.

Il parlare è spesso un tormento per me

e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole.

Carl Gustav Jung

 

Oggi si è sempre più spaventati dalla solitudine, perché la si associa ad una condizione di isolamento, quindi di infelicità e di sconfitta;  la ricerca compulsiva di voci, musica, rumori, relazioni, nonché la creazione di collegamenti virtuali, tramite SMS o social networks, palesa come alla base vi sia il disagio di doversi misurare con se stessi. Ognuno di noi ha la consapevolezza che tutto scorre, che tutto è in divenire, che nulla di quanto possediamo è stabile; riconoscere questo aspetto così preoccupante della nostra esistenza ci porta a vivere gli eventi con un timore di sottofondo. Un timore che si percepisce chiaramente nelle relazioni: quando qualcosa comincia a non funzionare, ci si affligge perché si ha paura di rimanere soli, quasi che la solitudine fosse una malattia e portasse solo danni. Ma la solitudine è un sentimento naturale, uno stato interiore che racchiude energie vitali profonde, non un dramma esistenziale. Rappresenta un aspetto fondamentale della nostra esistenza, fa parte della nostra quotidianità ed è una realtà che, in un modo o nell'altro, ci accompagnerà per tutta la vita, fino alla morte, che della solitudine è la manifestazione suprema. L'esistenza umana non si realizza unicamente appagando il naturale bisogno di intessere relazioni personali, il più possibile significative, sia a livello familiare che sociale, ma anche nella capacità di vivere la dimensione della solitudine come un attributo che dà uno spessore e una profondità alla ricerca di socializzazione. Il respingere questa dimensione significherebbe dunque porre freno alla piena realizzazione del nostro percorso umano e spirituale.

L’utilità della solitudine si manifesta proprio nell'aiutarci a non cadere nella superficialità, a non lasciarci risucchiare dall'apparenza e dall'effimero che ci uniformano al pensiero dominante e a comportamenti omologanti, falsi e, talora, ridicoli. Se l'accogliamo e la viviamo positivamente,  non costituirà dunque un fardello di cui sbarazzarsi quanto prima, ma un passaggio verso la saggezza e l’ autenticità, un territorio nel quale educare i nostri desideri, purificare i nostri propositi, risanare le nostre ferite, conoscerci meglio per poi agire con cognizione di causa e senso di responsabilità . Ecco perché ci appartiene e va vissuta al pari del nostro bisogno di relazione, di condivisione e di amore,  che per essere veritiero dipende dalla capacità di farsi carico delle ragioni profonde della nostra coscienza.
Infine, la solitudine è di fondamentale importanza anche nel campo più prettamente spirituale, diventa lo spazio invisibile nel quale aprirsi ad incontrare il divino.

La solitudine può però possedere diverse sfumature a seconda di chi la vive e dell’ambito in cui si rappresenta.

Esiste la solitudine forzata, subita a  cui l’individuo non può sfuggire, ed è quella dell’anziano abbandonato, quella del giovane che non trova ascolto all’interno della famiglia, quella della donna, relegata in casa in un ruolo che non riconosce come proprio, le prigionie di guerra, le privazioni o le limitazioni sensoriali, dovute ad esempio a certe malattie (cecità, sordità, interventi chirurgici deprivanti), sono solo alcuni esempi di solitudini Nel corso dell’esistenza ciascuno di noi può sperimentarla e allora ci capita di ritirarci confusi perché a disagio in un mondo che corre veloce, incapaci di inseguire tutti i cambiamenti, le ideologie e le norme che si accavallano vorticosamente.

 In alcuni casi, la solitudine forzata è diventata la condizione che ha permesso l’espressione della creatività, infatti alcune delle più grandi realizzazioni artistiche sono nate in condizioni d’isolamento. Dostoevskij, trovando in sé risorse spirituali che gli permisero di sopportare la prigionia, scrisse memorabili opere. Beethoven, la cui sordità lo portò ad isolarsi dal mondo, ha potuto sviluppare una grande sensibilità interiore, le sue opere più belle hanno visto la luce nel silenzio.
Ma la creatività non è solo prerogativa degli artisti, può essere espressa negli hobbies, talora unici, delle persone comuni, come mezzo per rappresentare le proprie attitudini.


Esiste la solitudine patologica, una “solitudine psichica” che deve essere distinta tra ciò che sperimenta una personalità sana,  che la vivrà con soddisfazione e in sintonia con un proprio sentire, e una personalità problematica, in cui assume tutt’altro senso.

L’isolarsi può nascondere la paura di stare con gli altri, una Fobia sociale, una paura paranoica in cui la solitudine è la fuga da rapporti interpersonali vissuti come persecutori, una paura dell’esistere, la melanconia.

“Il soggetto può ripiegarsi su se stesso, rimuginare sulle preoccupazioni più pervasive ed in questo caso la persona non riuscirà a mettersi in sintonia con la realtà: questo meccanismo può rappresentare l’asse costitutivo del vissuto psicotico, “non più scelta elettiva consigliata dalle circostanze, ma difetto, origine della sofferenza e del dolore morale” (Smeraldi 2010).
Esiste, quindi, una relazione tra solitudine e patologia psichica quanto meno per la colorazione maggiore di sofferenza e di disillusione. La “solitudine psichica” è un sentimento che può coesistere con quadri clinici, ma che deve essere differenziata dai sentimenti di una personalità sana. Un sentimento che possiamo intravedere in disturbi affettivi o in disturbi quali la Schizofrenia e la Paranoia ed in Disturbi di Personalità quali lo Schizoide o l’Antisociale. Il sentimento di solitudine può accompagnare ed aggravare problemi di Dipendenze quali quelle da alcol, da sostanze o da internet (ancora non riconosciuta nella nosografia del DSM-5) con la sua comunicazione “anonima ed impersonale”.
Non dovremmo dimenticare poi che la componente di “isolamento” è una delle principali caratteristiche dei Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) dove la presenza di un sentimento di solitudine è certamente “inglobato” dalla patologia grave del neurosviluppo che presenta una dimensionalità nelle sue manifestazioni (Bani e Coll.: La Solitudine. 2016).”

                                             


Esiste poi  la solitudine ricercata, scelta, necessaria per fermarsi a riflettere su noi stessi, sul significato della nostra vita, quindi utile per la nostra libertà, per approfondire i nostri pensieri che altri potrebbero plasmare. Vissuta nel momento giusto ed adeguata alla giusta condizione sia nell’adolescenza che nella età adulta è creativa, fluida e dinamica. La capacità di stare soli nasce all’interno di uno sviluppo psicofisico armonico in cui la fiducia nell’altro, dunque nel mondo, delinea l’abilità di controllare la solitudine di riconoscere i sentimenti più profondi e di saperli esprimere.

La maggior parte di noi fatica a cogliere il vero significato e la forza della solitudine come stato interiore. Essere soli non significa affatto che ci manchi qualcosa, al contrario significa essere completi. Di cosa? Della pienezza che è in noi, la quale, se percepita, ci donerà uno stato di calma e di tranquillità che fa vivere bene. Ma questo benessere non si raggiunge attraverso la solitudine intesa come “stare da soli con i propri pensieri”, anzi è proprio la loro eccessiva presenza a impedirci di raggiungere quello stato contemplativo di cui ha bisogno il nostro cervello. Stare veramente soli vuol dire farsi abbracciare dal silenzio, lasciarsi andare, fino ad approdare a quel vuoto interiore che i Saggi chiamano “sostanza suprema dell’Essere.

 

“…Restare soli è un problema solo per coloro che non sanno vivere senza stampelle e coperte di Linus in grado di dargli la sicurezza che loro non sanno trovare dentro di sé… la solitudine non è una cosa negativa, anzi, è un passaggio fondamentale per imparare ad amare, a conoscersi, a scoprire chi siamo realmente e poter entrare in contatto con il “noi” più autentico. La solitudine è quello spazio in cui ritroviamo noi stessi, la tranquillità per riflettere e crescere. Il grosso problema è che oggi ne siamo spaventati. Soffrire di solitudine è spesso la conseguenza di una continua fuga verso l’esterno. Anestetizziamo la voce interiore, ignoriamo le contraddizioni che ci caratterizzano, zittiamo la nostra vera natura con ogni mezzo. Ci circondiamo di persone, ci oberiamo di impegni e appuntamenti, troviamo sempre nuovi modi per “divertirci” e facciamo il possibile perché siamo sempre con altre persone attorno a noi. Tutto per non riflettere, per non osservarci. Fuggiamo da noi stessi ma dobbiamo ammettere, comunque, che è inutile. Alla fine dobbiamo restare soli, dobbiamo scoprire chi siamo e lì nasce la paura di soffrire di solitudine. Scappiamo perché non ci piace soffrire e ci hanno insegnato che soffriremo se resteremo soli. Siamo convinti che chi sta molto tempo da solo non stia bene, abbia qualche problema e che invece stare sempre nella confusione sia normale…Sbagliato!

Marco Ferrini

 

Come affrontare la solitudine? Accogliendola

Occorre quindi un cambio di prospettiva: se mi sento solo significa che qualcosa "da dentro" sta cercando di esprimersi. Se la interrogo, la commento, la giudico e la combatto, finirò per diventare come tutti gli altri. Omologato. E allora sì che soffrirò davvero. Occorre invece percepire nel corpo questo senso di solitudine, perché il corpo ha tutte le risposte. Guardare la solitudine quando si presenta, non c’è nient’altro da fare.

Sentirsi soli: se sei presente a te stesso smette di essere un problema

Occorre osservare, aspettare e, soprattutto, essere presenti. Noi siamo spesso troppo poco presenti alle emozioni ed è per questo che tutto diventa difficile. Occorre invece essere presenti al senso di solitudine quando arriva, alla malinconia quando compare. Perchè? Per rivolgere lo sguardo sull’interno, senza il pensiero. Così facendo, ciò che noi guardiamo fruttificherà dentro di noi, producendo effetti inaspettati, come se con lo sguardo "fecondassimo" noi stessi. Tutto questo lo si può fare attraverso molte strade, e ognuno deve trovare la propria. È possibile ad esempio trovarla perdendosi in un’attività che si ama, nello sport o nel contatto con la natura: i pensieri sfumano, la mente diventa tutt’uno con le cose e tutto fluisce in modo perfetto. Anche l’immaginazione può essere un utilissimo strumento capace di riallinearci alla nostra interiorità. Ecco un esercizio immaginativo che può aiutarti a trasformare la solitudine da qualcosa che fa solo male in una sensazione positiva.

 

Supera la solitudine con questo esercizio...

Spegni le luci. Stai qua con la mente, presente… Chiudi gli occhi e prova a percepire un senso di solitudine profonda. Senti bene questo senso di solitudine. In che parte del corpo si riflette? Dove lo senti più forte? Metti su quel punto la mano destra. Ecco: adesso, in questo momento esatto, tu avverti il senso di solitudine. Lo senti bene nel punto del corpo in cui hai piazzato la mano destra. Senza spostare il braccio destro, porta la mano sinistra al volto: posa dolcemente pollice e medio sui due occhi, come se volessi osservare il tuo interno, guardare dentro la solitudine. Adesso dentro di te ci sono due percezioni: quella della mano che sente il punto del corpo in cui la solitudine si è sedimentata; e quella delle dita sugli occhi che ti permettono di avvertire nel buio e nel silenzio la solitudine. Adesso togli le mani, mettile lungo i fianchi, e prova a percepire il punto degli occhi dove c’è la solitudine, come se lo sguardo andasse a collocarsi lì sopra. Se stai attento avvertirai un profondo stato di tranquillità, di pace e di abbandono.

... Ti sentirai meglio senza sapere il perché

Adesso riapri gli occhi e riaccendi le luci. Il senso di solitudine è diventato presente in te, l’hai accolto. Hai lasciato che quello stato energetico potesse allargarsi e regalarti la sua energia, che è essenziale, come lo è quella dell’entusiasmo, della rabbia, della tristezza, della paura, della gioia. Ma bisogna che tu lo colga prima nel corpo, perché ogni emozione si irradia nel corpo. I nostri problemi non nascono dalle emozioni, ma dal fatto che combattiamo ciò che avviene spontaneamente, e complichiamo tutto. Accogliere i nostri stati interiori significa creare un rapporto positivo con questa profondità, la quale ci regalerà una sensazione di pienezza e di benessere psicologico dovuti alla percezione che non siamo soli proprio perché sostenuti dai contenuti del nostro mondo interiore.

Daniela Temponi – Brunetta Del Po


Bibliografia

Marco Ferrini, Sentieri di felicità, Centro Studi Bhaktivedanta

Raffaele Morelli, Dizionario della felicità, Riza Edizioni

Ivana Castoldi, Meglio sole, Feltrinelli

Sitografia

www.diventarefelici.it
www.riza.it
https://www.psicoanalisi.it/osservatorio/3527
https://www.psicologoweb.net/2013/la-solitudine-e-per-lo-spirito-cio-che-il-cibo-e-per-il-corpo-cit-senecahttp://www.francescoamato.com/blog/2008/10/12/la-solitudine-non-e-isolamento
http://www.toscanamedica.org/2016-07-20-10-47-07/invia-articolo/244-aspetti-psicologici-della-solitudine
https://www.riza.it/psicologia/tu/5438/soffri-di-solitudine-fai-cosi.html
http://www.abbaziamontecassino.org/abbey/index.php/briciole-spiritualita-abate-donato-montecassino/133-spiritualita-semi-briciole-montecassino-monaco-abate/312-solitudine-montecassino-abate-donato-vita-moonastica