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Perché accettare il disagio


 

L’ abilità di tollerare le sofferenze e le frustrazioni, quel termine così di moda negli ultimi tempi, ripetuto fino alla nausea, la  resilienza, ovvero in  psicologia, “la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc” (Vocabolario Treccani), si sviluppa in età infantile, nella prime relazioni affettive ed è alla base di un buon rapporto con se stessi e con il mondo. Sopportare il dolore, tollerare gli insuccessi senza tormentarsi, rivelano  il precoce apprendimento della fiducia in se stessi.
Un legame affettivo forte e profondo offre l’esperienza di essere amati, desiderati e permette di acquisire la capacità di distinguersi e mettersi in gioco. Consolidare la propria sicurezza attraverso una buona relazione primaria,  prepara a reggere le esperienze difficili senza lasciarsi abbattere dalle avversità e permette di sviluppare quelle potenzialità creative, così utili nel fronteggiare gli ostacoli.

In realtà è sempre più raro incontrare persone abili nel sostenere e affrontare le difficoltà. La nostra società frenetica in cui il lavoro e gli impegni occupano gran parte delle giornate, non predispone all’accoglienza del disagio che è vissuto come perdita di tempo prezioso, bensì incoraggia una sua rapida soppressione attraverso ogni strategia possibile, esterna e deresponsabilizzante. Gli inconvenienti quotidiani, i piccoli fastidi, un mal di testa, un dolorino, degli stati d’animo negativi non sono più considerati inevitabili contrattempi che ci accompagnano, ma diventano emergenze di cui occorre sbarazzarsi immediatamente. Questa forma di distorsione della realtà,  che comporta l’attivazione di tattiche inefficaci, ha radici sia individuali che culturali. Colpevolizzare gli altri, lamentarsi anziché riflettere, usare farmaci, sono solo alcune delle strategie impiegate per dissolvere i malesseri e tornare frettolosamente a quell’efficienza tanto magnificata, che sempre più distanzia dalla riflessione sugli stati d’animo profondi e dalla consapevolezza che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già presente in ciascuno di noi.

“In realtà, quando siamo davanti ad un ostacolo, questo ha la “funzione” di avvisarci che c’è qualcosa dentro di noi che non stiamo ascoltando, che stiamo reprimendo e quindi nascondendo a noi stessi. Il disagio quindi arriva con una funzione precisa e dobbiamo ascoltarlo! Più cerchiamo di rendere la nostra vita perfetta, senza imprevisti e disagi, più questi ultimi “imprigionano” la mente e l’anima in schemi rigidi che non ci permettono di conoscerci veramente.” da -Gli ostacoli sono la soluzione- Riza


Di fronte alla malattia





Come dice Rüdiger Dahlke, uno dei padri della Medicina Olistica: “la malattia è una via percorribile, di per sé né buona né cattiva”….”Quello che se ne può ricavare, dipende esclusivamente dalla persona che ne è colpita”.

Come si può evincere anche solo da questa affermazione, il sintomo si apre a innumerevoli interpretazioni, tante quante sono le persone sulla terra, perché per ognuno, secondo queste nuove ma anche antiche visioni, c’è un messaggio diverso che il sintomo viene a portare nella vita dell’individuo.

Accettare il sintomo che il disagio e la malattia portano con sé apre quindi nuove strade, nuove possibilità: sta a noi decidere se percorrere queste nuove vie.

Tutto ha inizio, di solito, con l’arrivo di una malattia o di un evento traumatico, insomma qualcosa che ci porta del dolore, sia esso fisico che psichico. E’ questo un punto di partenza, che può indurci ad iniziare una ricerca, a farci delle domande. “perché proprio a me?”…”come mai mi è venuta questa malattia?”…”perché adesso?”…perché?... e così via.

Quanto è importante per noi rispondere a queste domande, può condurci su percorsi sconosciuti, a cui non siamo abituati, che nessuno ci ha mai mostrato o insegnato. Per quanto riguarda il messaggio della malattia, quindi del sintomo, possiamo premettere che la medicina tradizionale, come le altre scienze naturali, parte dalla premessa che tutto ha un motivo le cui radici vanno ricercate nel passato: trovare ed eliminare queste cause è il suo scopo. Questo concetto di causa è però limitato, in quanto si guarda in una sola direzione, cioè verso il passato e si pone la domanda standard “perché?” una o al massimo due volte. Naturalmente si potrebbe cercare anche in altre direzioni e porre tutte le domande che si vuole. Per esempio: perché mi sono preso il raffreddore? Cosa mi dicono i sintomi che ho? La medicina tradizionale potrebbe fornire questa risposta: “perché due giorni fa sono stato contagiato da un virus”. Ma perché mai il virus è riuscito a contagiarmi? – “perché il mio sistema immunitario era indebolito”. Anche qui potremmo investigare oltre:”perché il sistema immunitario era indebolito?” la risposta prima o poi toccherà l’eredità genetica: “perché ho ereditato questo sistema immunitario, dai miei genitori?”….e così via si possono porre domande fino ai tempi dei tempi.

Il principio della causalità è a prima vista convincente, ma la fisica, in particolare la fisica quantistica con le sue scoperte, ha portato a una svolta decisiva, non solo per la medicina. Senza entrare nei dettagli e in lunghi discorsi per spiegare tutto ciò, possiamo però affermare che i fisici hanno spianato la strada aiutandoci a capire questa visione del mondo: essi hanno sostituito la causalità con la simmetria e hanno spiegato che le leggi ultime a noi comprensibili sarebbero principi simmetrici.
Il pensiero analogico della medicina antica, così come viene espresso da Paracelso “Microcosmo=Macrocosmo” o nel concetto di base dell’esoterismo “come sopra , così sotto; come dentro, così fuori; “, si avvicina a questa idea della simmetria. Se concepiamo come analoghi forma e contenuto, corpo e anima, uomo e mondo,  siamo più vicini alla realtà di quando ci mettiamo alla ricerca delle cause, poiché la fisica ha dimostrato che il mondo è determinato non da successione causale, ma da vicinanza sincronica.

La chiave per entrare in questa concezione del mondo non va ricercata nell’analisi, bensì nel simbolismo, che è anche alla base dell’interpretazione dei sintomi: come tutto il resto, anche la malattia non può essere compresa attraverso l’analisi della materia, bensì attraverso la contemplazione della sua totalità. Oggi, gli studi delle neuroscienze, ci conducono a valutare il legame esistente tra la nostra parte emotiva  e la nostra biologia corporea. Per approcciarci a queste nuove tecnologie, dobbiamo compiere un viaggio interiore per imparare un nuovo linguaggio, accessibile a tutti, comune sia al mondo vegetale che animale, il quale permetterà una introspezione che, a partire dal sintomo, ci aiuterà nella ricerca del meccanismo emozionale che  può essere alla base del nostro disagio.

L’ausilio di ogni forma di conoscenza ad oggi a disposizione è lo strumento che abbiamo per comprendere sempre più il funzionamento del nostro corpo, per aggiungere sempre più tasselli alla nostra evoluzione personale. Ognuno può partire da un punto diverso, l’obiettivo rimane sempre lo stesso, la nostra salute, il nostro supremo bene.

Il suggerimento, che si fonda su quella che è stata esperienza personale, è quello di intraprendere qualche tipo di ricerca, anche solo iniziando da un libro. Fortunatamente, in questo momento storico, molte sono le scelte che ci si presentano davanti: ovunque sentiamo parlare di psicosomatica, di naturopatia, di omeopatia, di meridiani e di chakra, di yoga,  di floriterapia e di erboristeria, di macrobiotica e ayurveda,  di energie sottili, di sciamanesimo e di molto molto altro. Ognuno di noi può partire da dove si trova per iniziare a imparare come funziona il proprio sistema. Per fare ciò è indubbiamente fondamentale esplorare i territori dei Simboli e degli Archetipi, perché è il linguaggio che dobbiamo re-imparare, ri-trovandone in noi la familiarità.

Tramite questo nuovo linguaggio, avremo accesso alle parti di noi che, attraverso il sintomo, ci stanno parlando.


La cura è il vuoto



«Va col vuoto tra le mani, poiché questo è tutto. Questo è il mio dono. Se riesci a portare il vuoto tra le tue mani, allora ogni cosa diventa possibile.

Non portarti dietro i tuoi pensieri, la tua conoscenza, non portarti dietro niente di ciò che riempie il secchio, e che non è altro che acqua, perché altrimenti guarderai sempre e solo il riflesso, e nient’altro.

Nella ricchezza, nei beni materiali, nella casa, nell’automobile, nel prestigio, tu non vedrai che il riflesso della luna piena nell’acqua del secchio, mentre la luna vera è li, in alto, che ti aspetta da sempre.

Lascia cadere il secchio, cosi che l’acqua sfugga via, e con essa la luna. Solo questo ti permetterà di alzare lo sguardo e vedere la vera luna nel cielo; ma prima devi avere conosciuto il sapore del vuoto, devi lasciar cadere il secchio della tua mente, dei tuoi pensieri: non più acqua, né luna. Il vuoto nelle mani» (Jung – Libro Rosso)

Quando stiamo male, quando viviamo delle difficoltà, ricordiamoci  del nostro spazio vuoto, rifugiamoci in quella parte di noi che non conosciamo, silenziosa e segreta che contiene la nostra essenza profonda. Lì dimora la cura.

Coltiviamo il vuoto nel nostro quotidiano, non cerchiamo soluzioni, abbandoniamo le consuetudini mentali che definiscono e lasciamo che l’anima si dispieghi.

«Certamente non ce la puoi fare se pensi di avere un problema irrisolvibile, se la prima cosa che fai è chiamare qualcuno per lamentarti, oppure se cominci a rimpiangere il passato, a pensare a come stavi meglio allora, o a considerare come altri hanno affrontato quel problema; non ce la puoi fare così…!

Bisogna, giorno dopo giorno, procedere come esseri sconosciuti a se stessi e la vita aprirà strade nuove, offrirà nuove soluzioni: ma spesso non ce ne si accorge, perché la mente è troppo centrata sull’identità consueta, e non vede. (…)

Esattamente il contrario di quello che facciamo quando siamo in pena, quando corriamo da qualche amico o lo chiamiamo per raccontargli i nostri problemi e farci compatire.

Così facendo l’invisibile non può aiutarci, perché ogni volta che parliamo di un problema a qualcuno, lo rinforziamo. Le parole aumentano il disagio. Il vuoto guarisce. (…)

Come il seme si nasconde nella terra per creare le piante, come l’uovo fecondato è al riparo nell’utero, quando ci rifugiamo in noi stessi entriamo nell’uovo cosmico, come dicevano gli alchimisti.

E se le cose non si risolvono ancora, allora vuol dire che ci abbiamo pensato troppo, che abbiamo portato con noi, lì dentro, troppo della nostra identità. Significa che, per noi stessi, siamo diventati una zavorra da cui liberarsi in fretta.

E’ importante, durante la giornata, anche quando siamo in mezzo agli altri, percepire il nostro lato “vuoto”, che significa essere presenti senza avere niente da dire né a sé né agli altri.»  

Raffaele Morelli – Guarire senza medicine


Brunetta Del Po – Daniela Temponi

Bibliografia

“I sintomi parlano”, di Rossella Panigatti
“Malattia linguaggio dell’anima” di R. Dahlke
“Diario di Psicosomatica” di S: Garavaglia
“Guarire senza medicine” di Raffaele Morelli

Sitografia

https://gestaltbo.it/2015/12/26/depressione-dolore-e-trasformazione
https://www.riza.it/psicologia/l-aiuto-pratico/4472/gli-ostacoli-sono-la-soluzione.html
http://www.psicologiacontemporanea.it/blog/non-si-cresce-senza-passare-dalla-sofferenza
https://www.jungitalia.it/2015/03/15/il-piu-grande-farmaco-che-guarisce-il-vuoto-e-nel-vuoto-che-i-disagi-e-lanima-trovano-ristoro-e-forze